Il nostro futuro sta andando a fuoco. Il cambiamento climatico è sotto gli occhi di tutti, e i disastri ambientali che si susseguono con sempre maggiore intensità, ne sono la testimonianza più evidente. Una situazione critica per l’ambiente, ma non va meglio dal punto di vista economico e sociale. La povertà dilaga, e con essa anche le violazioni dei diritti fondamentali dell’uomo e la mancanza di equità e giustizia. Inoltre la fame nel mondo si rivela come una delle più grandi emergenze del nostro tempo oltre all’impossibilità per tanti, troppi esseri umani, di curarsi e di avere un’istruzione adeguata. Eppure il desiderio di predominio di un popolo sull’altro, della conquista in nome di un Dio piuttosto che di un’etnia o di un’ideologia vince sulla necessità di sopravvivenza del genere umano. Siamo in guerra, sì, ma questa guerra non si combatte con le armi, con i soldati, con le bombe, ma con l’impegno di tutti che deve andare nella stessa direzione: assicurare un futuro alle generazioni che verranno nei cui confronti abbiamo un altissimo debito di responsabilità. Come diceva il filosofo tedesco Günter Anders, c’è bisogno di diventare «acrobati del tempo» cioè di mettersi nei panni di chi verrà dopo, di quei posteri di cui noi rischiamo di mettere in dubbio l’esistenza, continuando a immettere nell’atmosfera tonnellate e tonnellate di CO2 e a consumare risorse non rigenerabili.

L’European Green Deal – il piano stabilito dalla Commissione europea, a dicembre del 2019 – ha fissato l’impegno dell’Europa a diventare climaticamente neutrale entro il 2050. Un obiettivo questo che si è fatto vincolante nel 2021 quando è stata approvata dal Parlamento europeo la legge sul clima che, oltre alla neutralità climatica entro il 2050, stabilisce anche un obiettivo intermedio al 2030 ovvero quello di ridurre le emissioni di CO2 almeno del 55% rispetto ai livelli del 1990. Com’è possibile raggiungere l’obiettivo delle emissioni zero ovvero l’equilibrio tra le emissioni dei gas a effetto serra e l’assorbimento di quelle di carbonio? Tra le diverse soluzioni possibili – come l’aumento delle energie rinnovabili, la riduzione delle emissioni di gas serra, la tassa sul carbonio alle frontiere (da applicare ai prodotti provenienti da paesi con leggi sulle emissioni di CO2 meno severe di quelle dell’Unione europea) – vi è anche un migliore utilizzo dei cosiddetti pozzi di assorbimento naturale di carbonio quali sono ad esempio le foreste. A marzo del 2023, il Parlamento europeo ha approvato la revisione del regolamento sull’uso del suolo, sul cambiamento di uso del suolo e sulla silvicoltura (LULUCF – Land Use, Land Use Change and Forests). In particolare – nell’ambito del pacchetto Fit for 55 per il 2030, l’obiettivo UE per gli assorbimenti netti di gas serra nel settore LULUCF è fissato a 310 milioni di tonnellate di CO2 equivalente, con un aumento di circa il 15% rispetto alla normativa in vigore.

Nell’Unione europea ci sono circa 159 milioni di ettari di foreste che corrispondono al 39% della sua superficie con una maggiore copertura in Italia, Finlandia, Francia, Germania, Polonia, Spagna e Svezia. Assorbono ogni anno l’equivalente dell’8,9% delle emissioni totali di gas serra dell’Unione europea, e sono fondamentali per l’ecosistema e la lotta al cambiamento climatico. In quanto capaci di catturare carbonio dall’atmosfera, di immagazzinarlo nelle fibre e di tenerlo bloccato per tempi anche molto lunghi, le foreste sono una straordinaria macchina biologica e uno strumento strategico per il raggiungimento di un’economia a basse emissioni di carbonio entro il 2030. Le foreste italiane si estendono su oltre 11 milioni di ettari con un aumento progressivo della superficie complessiva del 4,9% registrato negli ultimi dieci anni. Il dato da mettere in evidenza è che questa crescita è frutto dell’abbandono delle attività primarie e dello spopolamento di aree montane e collinari. Manca una gestione forestale corretta che indichi come trattare i boschi e le foreste per mantenere sempre alta la capacità di assorbimento di carbonio delle piante, con prelievi selettivi solo su una frazione del normale accrescimento e quindi senza depauperare il patrimonio forestale. L’economia forestale va sviluppata perché gode di tutte le caratteristiche dell’economia circolare e soprattutto dà come sottoprodotto la legna che si utilizza a cascata nell’edilizia, nell’arredamento fino alla valorizzazione energetica come ultimo anello della filiera. Solo il 15,3% della superficie forestale del nostro paese è soggetta ai piani di gestione e l’attuale tasso di prelievo è compreso tra il 18,4% e il 37,4% dell’incremento annuo, inferiore alla media europea che è pari al 73%. Il basso tasso di prelievo comporta una forte dipendenza dall’estero sia per l’approvvigionamento di legno per l’industria sia per l’importazione di legna da ardere, pellet e cippato. L’80% del legno che viene lavorato in Italia è d’importazione ed è un’ assurdità dal momento che nel nostro paese ce n’è in abbondanza mentre manca una gestione del soprasuolo secondo i canoni dell’economia circolare e della sostenibilità.

È chiaro che i boschi e le foreste italiane sono ben lontane dallo sfruttamento, che la gestione delle foreste è indispensabile ma purtroppo paga il prezzo di una narrazione non corretta e fuorviante in materia. Dobbiamo riconoscere infatti che per molti gestire le foreste significa solo tagliare gli alberi o disboscare in un contesto in cui si afferma invece il contrario ovvero la necessità di piantare sempre più alberi per far fronte ai problemi ambientali del pianeta e al disboscamento selvaggio che, senza ombra di dubbio, viene effettuato in molti paesi del mondo soprattutto in Sud America. In questa disinformazione di fondo va ricordato prima di tutto che il legno è una fonte d’energia rinnovabile esattamente come il sole e il vento e, a differenza del sole e del vento, è anche regolabile. Una stufa a legna o a pellet per esempio si può accendere quando serve, mentre il sole e il vento non si possono governare poiché sono nelle mani esclusive della natura, e l’uomo può solo cercare di gestire questa asincronia tra la produzione e l’utilizzo della fonte energetica. Il legno è dunque il biocombustile del futuro mentre il pellet ne è un sottoprodotto. Non si tagliano gli alberi per produrre il pellet che nasce dai residui della lavorazione del legno dopo che si è svolto tutto quel procedimento virtuoso che inizia in segheria, passa ai settori dall’edilizia, dell’arredamento, della carta, e infine è destinato al riscaldamento come legna da ardere, cippato e pellet. È evidente la necessità d’incentivare una gestione forestale sostenibile e lo sviluppo di un’economia circolare del legno da attuare attraverso i principi dell’uso a cascata e del riciclo. E lo stesso si può dire del bisogno di sviluppare una corretta narrazione sulla gestione delle foreste. La filiera del legno ha la responsabilità di raccontarsi, trasmettendo con efficacia il ruolo delle foreste e del settore forestale nell’ambito delle politiche climatiche, ambientali e di sviluppo sostenibile, in un modo che sia comprensibile per chi ascolta e, al contempo, scientificamente corretto e supportato da dati certi.

Si è parlato di riduzione delle emissioni di carbonio e dei gas serra nell’atmosfera, di pozzi naturali di assorbimento di carbonio e di sviluppare politiche di gestione delle foreste. Oltre a questo va sottolineato il fatto che, tra i tanti settori coinvolti e responsabili delle più alte emissioni di carbonio, quello del riscaldamento industriale e domestico risulta essere tra i più difficili da decarbonizzare proprio perché si basa sul consumo di combustibili fossili. Per arrivare alla neutralità climatica bisogna rendere i sistemi di riscaldamento più efficienti dal punto di vista dell’innovazione tecnologica ma anche accelerare e rendere strutturale il processo di sostituzione ed efficientamento basato sulla dismissione di vecchi generatori e sull’installazione delle più moderne tecnologie.
Oltre al Green New Deal e alla legge sul clima va ricordato anche il programma LIFE avviato nel 1992 – che è lo strumento finanziario dell’UE per l’ambiente e l’azione per il clima – che ha l’obiettivo di contribuire al passaggio a un’economia sostenibile, circolare, basata sulle energie rinnovabili, climaticamente neutra e resiliente ai cambiamenti climatici. Grazie a questo programma, Palazzetti, che è un’azienda friulana leader nello sviluppo di sistemi di riscaldamento a biomassa legnosa, ha presentato lo scorso 21 febbraio LIFE Green-Stove, la stufa a pellet del futuro.

Chiara Palazzetti Amministratore delegato della Palazzetti Lelio Spa e Annalisa Paniz Direttrice generale di AIEL

Palazzetti, insieme ai partners ATech Elektronika (Slovenia) e RV Distribution (Belgio), è capofila del progetto LIFE Green-Stove, un piano triennale (2021-2024) che ha potuto contare su un investimento di 12 milioni di euro e una rete di self-test in zone climatiche differenti per una coprogettazione virtuosa fatta di scambio e condivisione. L’obiettivo oggi raggiunto è DRIADE: la stufa a pellet che riduce in modo significativo le emissioni in atmosfera di oltre l’80% in meno rispetto agli standard definiti dalle normative in vigore. Sebbene la stufa sia alimentata a pellet, questo risultato si ottiene tramite un innovativo sistema di combustione che riguarda il gas che si sviluppa all’interno della macchina e che consente un beneficio rilevante per l’ambiente. Grazie a questo nuovo processo di combustione e alle più innovative tecnologie di controllo applicate, si riducono del 60% sia le emissioni di monossido di carbonio sia quelle degli ossidi di azoto, e del 75% le emissioni di composti gassosi organici e di polveri sottili. Un prodotto moderno, innovativo e che non trascura l’esperienza d’uso delle persone che ne fruiscono. DRIADE è semplice da utilizzare, l’interfaccia è molto intuitiva, e la manutenzione è più semplice rispetto alle stufe oggi in commercio. È governabile tramite App, dotata di sensori remoti di temperatura per valutare il fabbisogno dell’ambiente da riscaldare, evitando sprechi di energia ed è pronta per essere integrata in sistemi di SmartHome.

Stufa a pellet Green-Stove Driade

Dopo 70 anni dalla sua fondazione, Palazzetti si conferma azienda all’avanguardia nello sviluppo di tecnologie innovative per il riscaldamento a biomassa legnosa, per il comfort domestico e il benessere dell’ambiente. E LIFE Green-Stove è senz’altro frutto dell’impegno che l’azienda ha da sempre nel ridurre l’impatto sull’ambiente attraverso lo sviluppo di progetti innovativi. Nel 1992 la Palazzetti Lelio S.p.A. è stata la prima azienda del settore ad applicare ai camini e alle stufe, la tecnologia della doppia combustione. In questo modo i fumi della combustione primaria ricchi di monossido di carbonio vengono reinnescati attraverso un’iniezione di ossigeno preriscaldato. Si produce così una seconda combustione che garantisce un’elevatissima resa termica del caminetto o della stufa, e un decisivo abbattimento delle emissioni inquinanti e anche dei consumi. L’obiettivo dell’azienda è infatti quello di contribuire a proteggere l’ambiente, diminuendo fino a zero le emissioni da combustione, rendendo il riscaldamento a biomassa sempre più ecologico, pratico, sicuro, confortevole, e di diffondere anche la cultura del fuoco e delle energie rinnovabili, per far sì che l’ambiente sia sempre più sano e le persone siano sempre più sicure. Oggi grazie alla nuova conformazione geometrica dei focolari e alla migliore gestione della combustione al loro interno, i risultati sono ancor più straordinari come i dati che emergono dalla nuova tecnologia impiegata nel progetto LIVE Green-Stove hanno messo in evidenza. Ecco perché, come recita il claim dell’azienda di Porcia, il futuro cresce bene.

L’impegno e i risultati raggiunti da Palazzetti dimostrano quanto sia importante che le aziende comprendano per prime la necessità di adempiere al ruolo sociale che gli compete, e di contribuire al processo di cambiamento che in questo caso non riguarda tanto la transizione ecologica quanto lo sviluppo di una cultura che sia orientata al fare la propria parte per non perdere quella licenza sociale che appartiene a ogni impresa e che ne legittima l’agire. La motivazione ad andare sempre di più in questa direzione è anche la salvaguardia di quel fuoco che ci riporta alle origini. A quel fuoco che come diceva Eraclito, è il divenire ovvero la forza generatrice di tutte le cose. E quella fiamma accesa che la famiglia Palazzetti vuole mantenere viva – come fosse una missione ricevuta in eredità dai suoi avi – è anche una fiamma che ancora parla, trasmette emozioni e lascia accesa la speranza per un mondo e un futuro che cresce bene in una nazione che dovrà essere sempre più delle piante come racconta Stefano Mancuso nel libro La nazione delle piante (Laterza Editori, 2019):

«Esattamente cinquant’anni fa, alla vigilia di Natale del 1968, la missione Apollo 8, portava, per la prima volta nella storia, un equipaggio umano in orbita intorno alla Luna. William Anders, Frank Borman e James Lovell furono i primi fortunati mortali a poter osservare il lato nascosto del nostro satellite e a rimanere incantati davanti allo spettacolo della Terra che sorge. Nel corso di quella missione, durante una delle dieci orbite intorno alla Luna, William Anders scattava una foto che sarebbe diventata celebre, entrando di diritto fra le icone della recente storia dell’umanità: l’alba della Terra vista dalla Luna. Ognuno di noi, in qualche occasione, l’ha vista riprodotta. Rappresenta il globo terrestre, parzialmente in ombra nella parte inferiore, con il Sud in alto e l’America meridionale nel centro della foto, sorgere oltre l’orizzonte lunare. Un mondo azzurro e verde, con le nuvole bianche che ne intessono delicatamente l’intera superficie. Quella foto, chiamata dal suo autore Earthrise e catalogata dalla NASA con la meno poetica sigla AS8-14-2383HR, cambiò, per sempre, la nostra idea della Terra, rivelandoci un pianeta di maestosa bellezza, ma anche fragile e delicato. Una colorata isola di vita in un universo per il resto vuoto e buio. Un pianeta verde per la vegetazione, bianco per le nuvole e blu per l’acqua. Questi tre colori che sono la firma del nostro pianeta, per un motivo o per l’altro, non esisterebbero senza le piante. Sono loro a rendere la Terra ciò che conosciamo. Senza piante, il nostro pianeta assomiglierebbe molto alle immagini che abbiamo di Marte o di Venere: una sterile palla di roccia».

Sta a noi prendercene cura affinché il verde del nostro pianeta resti tale e non diventi nero come il vuoto dell’Universo.

Note:
I dati riportati nel presente articolo sono tratti dal Report sulle foreste 2023 di Legambiente (La bioeconomia delle foreste – Conservare, rigenerare, ricostruire https://www.legambiente.it/wp-content/uploads/2021/11/La-bioeconomia-delle-Foreste_2023.pdf) e dal Position Paper del Tavolo di Filiera Foresta Legno “Gestione forestale e sostenibilità degli usi energetici delle biomasse forestali” che nasce da un gruppo di lavoro temporaneo coordinato da AIEL (Associazione italiana energie agroforestali).
La storia dell’azienda Palazzetti è narrata nel libro “Successi a Nord-Est. Le eccellenze imprenditoriali di un territorio: il Friuli Venezia Giulia” scritto da Marzia Tomasin e pubblicato da Egea Editore (gennaio 2024).

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